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Accidental · Meeting

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Prima di pubblicare le prime foto di Gioia e Rivoluzione, che dovrei avere già oggi, anticipo questa curiosa non-foto, con Pacina che saltella nel mio soggiorno.
Grazie Pac.
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E finalmente ci siamo. Sabato c'è Gioia e Rivoluzione II edizione. Anche quest'anno, con fatiche e scazzi, abbiamo creato un buon cartellone e tante persone hanno lavorato insieme a una cosa bella. Una festa filosofico-critico-sociale.
Perché dovrebbe interessarvi? Per due motivi. Uno, è una figata. Due, c'è anche Pacina!

Domenica posterò le foto dell'evento.
In bocca al luppolo, Cesare.

E ci aggiungo: http://www.gioiaerivoluzione.org
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I came by myself to a very crowded place;
I was looking for someone who had lines in her face.
I found her there but she was past all concern;
I asked her to hold me, I said, "Lady, unfold me,"
but she scorned me and she told me
I was dead and I could never return.

Well, I argued all night like so many have before,
saying, "Whatever you give me, I seem to need so much more."
Then she pointed at me where I kneeled on her floor,
she said, "Don't try to use me or slyly refuse me,
just win me or lose me,
it is this that the darkness is for."

I cried, "Oh, Lady Midnight, I fear that you grow old,
the stars eat your body and the wind makes you cold."
"If we cry now," she said, "it will just be ignored."
So I walked through the morning, sweet early morning,
I could hear my lady calling,
"You've won me, you've won me, my lord,
you've won me, you've won me, my lord,
yes, you've won me, you've won me, my lord,

ah, you've won me, you've won me, my lord,
ah, you've won me, you've won me, my lord."

(L. Cohen)
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So che in molti fotografano la propria finestra, ma hey! Questa è la MIA finestra!

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Ovvero: listen more pop music (tm)





I woke up again this morning with the sun in my eyes,
When Mike came over with a script surprise.
A Mafioso story with a twist,
A "Too Wong Foo, Julie Newmar" hitch,
Get your ass out of bed, he said:
I'll explain it on the way.

But we did nothing, absolutely nothing that day, and I say:
What the hell am I doing drinking in L.A. at 26?
I got the fever for the flavour, the payback will be later, still I need a fix.

And the girls on the bus kept on laughing at us,
As we rode on the ten down to Venice again.
Flaring out the G-Funk,
Sipping on a juice and gin,
Just me and a friend.
Feeling kinda groovy,
Working on a movie. (Yeah right!)

But we did nothing, absolutely butkis that day, and I say:
What the hell am I doing drinking in L.A. at 26?

With my mind on my money and my money on my... Beer, beer!

I know that life is for the taking, so I better wise up, and take it quick.

Yeah, one more time at Trader Vic's.

Some men there wanted to hurt us,
And other men said we weren't worth the fuss.
We could see them all bitching by the bar,
About the fine line, between the rich and the poor.
Then Mike turned to me and said:
"What do you think we got done son?"

We've found a conclusion, and I guess that's something, so I ask you:
What the hell am I doing drinking in L.A. at 26?
I got the fever for the nectar, the payback will be later, still I need a fix.

We need to fix you up, call me Monday and maybe we'll fix it all up.

Hell-A-L.A., Hell hell-A-L.A.! ...

So I ask you:
What the hell am I doing drinking in L.A. at 26?
* * *
Oggi, finalmente, dal vicolo del mio ufficio risale un po' di odore di mare.
Gli abitanti di questa città finta e dimentica di sé non lo sentono, né lo vedono. Tutti i palazzi guardano da un'altra parte.
Lo stesso municipio ha l'ingresso rivolto verso terra.
Però, una ragazza inglese mi ha sorriso giù al bar, e due anziani tedeschi si sono seduti al mio tavolino. E' pur sempre questa, la Terra Impareggiabile (non è questa? Poco importa. Lo è), e c'è pure chi li maledice, i turisti. Che invece, oltre ad essere un modo molto comodo per viaggiare standocene a casa, ci spiegano costantemente il tesoro che abbiamo.
Current Mood:
retorico-romantico
Current Music:
Si sente il mare
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credo che passerò a Indesign
Current Music:
Jazzmusique
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Il suono cristallino di un latrato di cane mi arriva da distanze siderali alla finestra aperta per la prima notte dell'anno. Non c'è niente di cristallo, per la verità, nel suono, ma piuttosto arriva percorrendo distanze siderali lungo il lato interno della forma vitrea dell'universo. Puro e rimbombante, si porta dietro una certa umidità. Sta per piovere, sentenzio, e mi alzo per interagire con la finestra, mentre il suono si ripresenta, bello grosso, wof-woof, e mi ribatte vibrando sui denti.
E cosa vuoi fare?
Di fronte a questo, riscrivi tutta la tua storia al presente indicativo. Un presente mitico. Aoristo gnomico di adesso. Presente storico, si chiama, ed è un nome molto pop.
Ora è una vecchia, che seguendo un'altra traiettoria arriva alla finestra e rimbalza dalla soglia nella stanza, scatarrando forte per tre volte.
Ne deduco che sono le tre.
Un presente indicativo, è un presente solo indicativo, il mio Presente di Circostanza.
Current Music:
Jazzmusique
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A volte mi frustra non poter parlare con libertà della mia vita reale. In un certo senso il blog dovrebbe servire a questo. Per lo meno a chi possiede un concetto di "realtà" ambiguo quanto il mio.
Mi sarebbe piaciuto raccontare qualcosa di questi ultimi giorni, per scavarci dentro e capire qualcosa.
Devo prendere una decisione.
Current Music:
radioioBeat
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No, non è a posto. Ma lo metto su per dirmi che sono vivo. E perché sono più critico con le cose postate. Siatelo anche voi. Bene accetti tutti i suggerimenti.

I ragazzi arrivarono insieme. Manlio, Uccio, e mio fratello. Si erano ricongiunti dopo qualche centinaio di metri, ed anziché andare verso la collina erano venuti a cercarmi, preoccupati.
-Abbiamo sentito i cani, abbiamo sentito sparare, e tu non c’eri – disse Uccio
-Bambini cagoni siete – gli risposi – ed io ero qui, e mi stavo pure addormentando.
Spensi con gioia il mozzicone della sigaretta sotto il piede. Non era possibile, in realtà, spegnerlo in mezzo all’erba, ma non m’importava. Lo lasciai alle mie spalle fumigante, e voltai le spalle anche a loro. Con quella, mi sentivo il capo.
-Andiamo allora?-
Quasi mi sorpassarono, nella foga. Avevamo perso anche troppo tempo. Il cielo non aveva ancora la faccia del tramonto, con quelle righe color pesca, color glande, color ocra, ma nemmeno più la baldanza spocchiosa, opprimente e illiberale del giorno.
Mio fratello camminava avanti a tutti.
Era un tipo strano, mio fratello. Parlavamo pochissimo. Aveva un sacco di libri, e ci stava attaccato sempre: entrava in una specie di estasi, e leggeva divorando una mela dietro l’altra. Non ne lasciava che il picciolo, che buttava dietro il divano per non doversi alzare, poi chiedeva piano a mamma: mi dai una mela? Divorava tutto, anche i semi, e stava più volentieri a casa che in strada con noi. Mi chiedevo se fosse del tutto normale. Quando rideva, rideva come un ebete, agitando le braccia e sfregandosi le mani, e lo si sorprendeva spesso, anche, a ridere da solo. Erano i suoi scatti di euforia. O meglio, i picchi dei suoi scatti, che lo gettavano in uno stato confusionale e lo rendevano morbosamente attaccato a chiunque. Allora, voleva dire che aveva avuto un’idea, e che te la doveva dire. Prima o poi ti sorprendeva, in condizioni di basse difese, e iniziava a raccontarti quel suo libro, o quella cosa che aveva visto o sentito, con entusiasmo e monotonia. Poco importava allora, chi eri o cosa stavi facendo: nostra madre, io, i suoi compagni di scuola, eravamo tutti vittime di questi fiumi di parole mischiate a risolini isterici e salti scimmieschi. Una volta, in preda ad uno di questi attacchi, durato alcune settimane, aveva cercato di convincere i bambini della scuola elementare a mettere in scena una commedia di Aristofane. Le maestre, non potendo che dargli corda, si finsero compiaciute, ma in realtà, non ci capivano niente neanche loro. Finì che Aristofane lo mise pure in scena, ma da solo, facendo tutte le parti con addosso un lenzuolo bucato, a mo’ di toga, in mezzo a un pubblico di genitori esterrefatti.
Vederlo così adesso, felice, in mezzo alla campagna, correre con noi, come un ragazzo normale, mi faceva sperare che questa cosa potesse fargli bene. Ma chissà, invece, cosa ci vedeva lui. In quale libro di avventure gli era già apparsa, questa aquila, o che cosa stava veramente inseguendo… anche perché, andando avanti, finiva che noi lo seguivamo, e lui non lo sapeva proprio, dove andare.
Era Manlio, che doveva indicarci la strada. Ma Manlio prendeva tempo. Fingeva di riconoscere i posti. Diceva: qui, no, qui. Qui c’è la campagna del tale. Qui c’è un cancello, qui c’è un albero bucato. Ma nominava le cose solo dopo che le avevamo viste, e l’impressione che dava era quella di saperne molto poco.
Girammo attorno alla collina per una buona mezz’ora. Alla fine, in un punto dove i rovi erano appena meno fitti, ci sembrò di scorgere un passaggio. C’era una specie di ruscello quasi secco che scendeva da un fianco del colle, con il fondo di fango e melma e giusto un dito d’acqua, che poteva essere anche piscio di vacca, sul fondo. Il fango del letto di quel misero fiume, largo non più di mezzo metro, era completamente rovinato di impronte di capre e, forse, di vacche. Se ci passavano gli animali, allora potevamo passarci anche noi. Ci rassegnammo in fretta ad infangarci fino alla caviglia, e in fila indiana ci infilammo in quel pantano. La vegetazione ai lati cresceva man mano, ed ora era Manlio a stare davanti.
Il ruscello svoltava un paio di volte, una a destra, una a sinistra, e finiva in una piccola radura di erba verde, a mezza costa. Lì, semplicemente, scompariva.
L’acqua emergeva filtrando da sotto terra, dal terreno sabbioso coperto da un’erba verdissima e coriacea, rasata dalle capre, e dalle vacche. Non avevo mai visto una sorgente, prima. Avevo visto tante fontane, e diverse rocce spaccate da cui usciva acqua, ma tutte riadattate dall’uomo, con abbeveratoi, vasche, tubature. Quella era l’idea che avevo di una sorgente. L’idea che invece l’acqua potesse sorgere così, da nessun posto, era al di là della mia comprensione. Limpidissima, traspirava dalla terra muovendo la sabbia, e i fili d’erba sembravano crescerci direttamente sopra, come una rete galleggiante e sospesa. Formava mulinelli, piccole protuberanze sulla superficie, e tutti ci chinammo per vedere meglio. Non ero l’unico, incantato. Ma per quanto ci sforzassimo, non si poteva stabilire dove finisse la pozza, o quale fosse l’estensione. Man mano che ci si allontanava dal centro di quel piccolo spiazzo, l’umidità del terreno semplicemente diminuiva, senza mai scomparire.
Per me, era un rompicapo. Avevo sempre immaginato che tutte le cose che iniziano, dovevano iniziare in qualche posto. Pensavo agli scopritori delle sorgenti del Nilo. A quell’impresa epica, a quel viaggio di avventura di cui avevo sentito parlare, magari a addirittura a scuola. Magari da mio fratello. Pensavo, che fregatura, se alla fine, quelli, si son trovati davanti una cosa così. Un nessun posto. Magari, il Nilo, nasce così, da uno spiazzo che suda, senza magniloquenza, senza rumore. Nasce come un rigo di piscio di vacca in uno spiazzo di sabbia, con le sue belle caprette. E poi si allarga pian piano, con altri rigagnoli di piscio. Ed allora, pensavo, quale è la sorgente? Bella fregatura.
Chissà come me lo immaginavo allora, il Nilo. Però lo sapevo, che era grande.
Current Music:
radioioBeat
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L’aveva vista prima Manlio.
Manlio era così: non gli piaceva la scuola, e se ne andava a piedi al fiume a pescare. Manlio aveva piedi buoni, e sempre voglia di camminare.
Nella tarda mattina, noi stavamo già seduti sui gradini della chiesa, a prenderci in faccia il sole, e in genere Manlio stava lì con noi. Quel giorno arrivò tardi. Gli piaceva immaginarci ad aspettare. Sentenziò, l’ho vista, l’aquila. Uccio si mise quasi a tremare, a me e a mio fratello, la cosa non fece impressione.
So dove ha il nido.
Su questo genere di cose Manlio non mentiva. Però questa era grossa.

Era uno dei nostri passatempi preferiti, quello di andare a “nidare”, a cercare i nidi degli uccelli, abbatterli o rubarli. Era un’attività che ci teneva impegnati per abbastanza tempo, e non era facile per niente. C’era da arrampicarsi, c’era da frugare, da fare gli appostamenti. Perché il massimo era rubare un nido con le uova schiuse da poco, e poi andare in giro a vantarsi. Qualcuno di noi provava anche a tenere i piccoli, certe volte, ma morivano sempre. Non c’era poi grande differenza. A volte il gioco era quello di rovesciare il nido, e basta, ed allora morivano subito. Io penso che nascondessimo un genuino interesse. Una curiosità, che non saprei spiegare.

Manlio era il più curioso. Era lui che più spesso si teneva il nido, e provava ad allevare gli uccellini. Era un osservatore attento e, per noi, una specie di ornitologo. Riconosceva le specie, e sapeva se andavano verso casa o fuggivano, riconosceva le femmine, e le femmine che avevano uova o piccoli, nel nido. O almeno così diceva, e poteva essere vero, perché spesso ci prendeva.
Parlava ed incominciò a camminare. Avremmo dovuto tutti tornare a casa per pranzo, ma lui sapeva che lo avremmo seguito lo stesso. Quest’altra piccola violazione non poteva che essergli gradita. Lui parlava, ed il caldo dalla piazza ci spingeva piano piano fuori dal paese, il sole ci alitava alle spalle, e avevamo paura a voltarci. Ci sedemmo sotto una sughera dalle fronde basse, in un campo ingiallito dopo le ultime case.
Uccio raccolse dal fieno una zecca, e se la rimirava tenendola fra la punta delle dita.

L’aquila, l’aveva vista qualcuno alla periferia del paese, volare bassa fino al limite delle case. Era una cosa rara, doveva aver fame. Sembrava una specie di leggenda. Ogni tanto, all’imbrunire, qualcuno diceva di vederla. Da noi, a valle, vedere un aquila era una cosa rara. La storia andava avanti da giorni. Alla fine, eravamo anche arrivati a pensare che ci fosse davvero, e che il nido non dovesse essere lontano. Poi, quel giorno, l’aquila entrò a pieno diritto nelle nostre vite, e non riuscivamo ad essere sorpresi. Era un impresa che ci stava aspettando.

Manlio indicava lontano col dito, e noi comprendemmo subito la complessità della cosa.
Era proprio mentre pescava al fiume, che l’aveva vista.
Ha fame – sentenziò – è disperata, ha fame e sete, mi è venuta molto vicino, voleva rubarmi i pesci, ha le uova, di sicuro, l’ho vista andare dietro quella cima, e sparire.
Quella cima la conoscevamo, un po’. Ci aveva sempre tentato, era uno spillo di roccia su un enorme cuscino di rovi, del tutto inaccessibile. Qualcuno qualche volta aveva anche provato a salire. Dalla parte del paese, era impossibile. La parete si faceva a un certo punto troppo ripida. Da dietro, facendo il giro, non sapevamo. Manlio aveva sempre sostenuto di conoscere un passaggio, ma non sapevamo se realmente ci fosse. Se l’avesse visto lui, o sentito dire. Lui, voleva andare subito, il giorno dopo. Potevamo farlo, nel tardo pomeriggio. Dopo le cinque ci lasciavano uscire di casa, calcolando il tempo per arrivare sin là e per tornare in paese, all’imbrunire, avremmo avuto forse tre ore per il nostro tentativo, e saremmo rientrati in condizioni tali che le avremmo sicuramente buscate. Era impossibile, fallimentare, decidemmo di si.
Uccio non espresse opinione. Era scontato che venisse. Continuava a rigirarsi in mano la zecca. Quando ci alzammo, la schiacciò fra le unghie dei pollici, e ci venne dietro.
In piazza ci salutammo, ed ognuno tornò a casa. Fu per tutti un pranzo veloce e silenzioso. Non potevamo levare la mente dall’idea.

Quella sera la passammo a definire il piano, l’equipaggiamento, i ruoli.
Non sapevamo ancora se volevamo prendere il nido, le uova, i piccoli. Volevamo vedere l’aquila, e basta, e il posto nascosto che nessuno aveva visto. Ci servivano una falce e una zappa, se avessimo dovuto aprirci la strada, una corda, perché serve sempre, scarpe chiuse e pantaloni lunghi e robusti, per i rovi. Questo era il problema essenziale, le nostre madri si sarebbero insospettite a vederci uscire vestiti di tutto punto. Nella stagione calda si girava sempre mezzo nudi, spesso portando nient’altro che un paio di braghe di tela lunghe al ginocchio. Così, decidemmo che avremmo buttato i vestiti fuori dalla finestra prima di uscire, e li avremmo recuperati e saremmo andati a cambiarci lì al campo, prima di partire per l’avventura.
* * *
Roso d'invidia per chi è capace posto il paragrafo uno di un vecchio progetto che devo concludere assolutamente. Servirà a me per vergognarmi. Voialtri scusate.

Era una merda di giorno di caccia.
Era giorno di caccia e nessuno ci aveva pensato. Le campagne erano piene di gente. Sembrava di stare a una festa. Piene. Si vedevano a sprazzi i cacciatori, a gruppi, nelle radure; ma quando ti infilavi tra i cespugli, allora non vedevi più nulla; fra il cisto, negli spiazzi microscopici lungo il fiume, fra una macchia e l’altra di rovi , non vedevi più nulla ed era peggio. Sentivi gli spari, troppo vicini, e sentivi i cani. Voci, quasi nessuna. A volte delle grida dopo gli spari. Ma dopo.
Era fatta, eravamo in strada, e dovevamo continuare. Facendo finta di niente. Quattro ragazzi che fanno una scampagnata, hanno marinato la scuola e se ne vanno in giro per le campagne a fare non si sa cosa. In mezzo alle fucilate. Era normale.
Quando cammini così, non hai un’idea delle distanze, né della fatica. Ci sono tratti facilissimi, dove puoi quasi correre, e tratti in cui devi farti largo a braccia, tra i rami intricati. Passaggi in cui devi fare giri lunghissimi per evitare i rovi, i cespugli e gli alberi spinosi. Lunghi giri per tornare quasi al punto di partenza. Non ti rendi conto né della distanza, né della fatica. Perché vuoi andare avanti, e perché la fatica non è costante. Procedi a strappi. Il terreno cambia, da fangoso a secco, e nelle radure secche corri, e poi ti impigli bruscamente in un rovo, tiri come un mulo per passare, cadi in un fosso nascosto dall’erba alta e dai cespugli, cadi su un rovo che sta dentro il fosso, e non hai la forza di rialzarti, mentre senti i cani arrivare.
Non ci vedevamo più neanche fra di noi da un pezzo. L’obiettivo era quel gigantesco dente di roccia ed ognuno aveva la sua teoria per arrivarci. Ci siamo stancati presto di discutere.
Lanciato come un folle, secondo me bello, ma libero, giovane di sicuro, baciato dal sole, mi sembrava di sollevarmi da terra. Mi sembrava di camminare come Cristo sul mare degli asfodeli, senza piegarli. Un giovane Cristo che correva sul mare degli asfodeli e dei piccoli fiori gialli. Mi sembrava di poterla saltare, quella macchia. O di passarci dentro come una lama calda nel burro. Con qualche graffio, ma nulla più. Invece c’ero caduto proprio dentro e per bene. I rovi mi tagliavano a ogni movimento, ed era il male minore. Volevo urlare, ma non usciva niente. Pensavo: - meglio i cani. Non mi attaccheranno. Meglio stare fermo. Se il cespuglio si muove, quelli sparano. Ma non lo sapevo, cosa era meglio. Prima sparano, poi arrivano i cani. Oppure prima i cani. I cani snidano e quelli sparano. Maledicevo di non saperne proprio niente, di caccia. Ma più che altro, maledicevo di non riuscire a urlare.
Non capivo dove stavano, i cani. Vicini, lontani, sopra di me?
Aspettai X tempo, diminuirono i rumori. Iniziai a muovermi piano, e venni fuori dal cespuglio rotolando, pieno di spine ovunque, che sembravo un puntaspilli. Ma molto fiero di me. Della cosa non avrei parlato a nessuno. Bene che non mi ero messo a urlare.
Alzai gli occhi, e mi accorsi di essere già alla base della collina. Avevo tagliato di un bel pezzo. Gli altri non si vedevano da nessuna parte. Mi sedetti per terra, a gambe incrociate, in posa, ed accesi una sigaretta. Ero in gamba, altroché.
Non si sentivano più, i cacciatori, né niente. Ora non so se fossero quelli i grandi silenzi della campagna; forse, quella era una versione in miniatura. Ma a me bastava, per restare completamente affascinato. Le api, l’erba, il vento, era tutto così… così maledettamente… naturale. Mi sistemai a pancia in giù, sdraiato, con le braccia allargate e il mento infilato nella terra umida. Avrei potuto rimanere così per sempre, pensavo. Però avevo in mano la sigaretta ancora accesa ed avevo ancora voglia di fumare.
Mi girai sulla schiena, e feci una grossa boccata di fumo. Inclinai la testa, per mettere il sole esattamente dietro la punta di roccia di quella collina. Lassù, c'era il nido dell'aquila.
* * *
Lei mi conosce dal giorno dopo il mio ottavo complenanno. E' ossessionata da me. Da un bambino che parlava strano.
Un bambino triste.
Un bambino che adesso è un uomo di un certo successo. Con la sua rispettabilità. Pieno di manie di ogni tipo, di perversioni inconfessabili..
Che ha una bella automobile, che corre veloce ed è solo.

Lui è Achille, condannato a morire.
E lei, è proprio lei che reincontrerò a New York.
E come diavolo potevo non saperlo!

Oh Dio affrancami dal lavoro e da me stesso e dammi il tempo e la forza per scrivere questa storia.

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Va bene, va bene, ora vi rapirò nuovamente il cuore. Disse dentro di sé il pianista davanti agli applausi.
Com’è andata, Cesare? Venerdì, mi è mancato, il cuore. Non ce l’ho fatta, non sono andato da nessuna parte. È stata una lunga giornata, ho lavorato molto più di quanto prevedessi. Dopo le solite 2h di treno, sono andato a suonare. Alle 3 del mattino, sono rientrato a casa, ed ho sistemato un po’ per gli ospiti. Selvaggia & Bruttodio, e un’amica che chiameremo Claudia, che credo mi diprezzi. Di lei non sapevo niente. Non so niente di niente, ma quel che importa, non sapevo che sarebbe venuta a casa. Ma è stata una buona sorpresa. Sono contento. Sorride.
Ma dopo, non potevo davvero uscire, e giocarmi i sentimenti per mettermi ad urlare a persone di cui non m’importa, molto più ubriache di me. Sarei andato a cercare cosa? Avevo tanto da leggere. Bisognerebbe amare di più la gente, ecco. Per fare dei buoni ritratti, chi era, Eliot Erwitt? Bisogna amare la gente e farle capire che la ami. Per fare. È questo “per fare” che mi stona, o la mia incredibile difficoltà ad amare? D’altra parte, non c’è nulla di male nel fare dei buoni ritratti. Ora mi sento pronto per fare ottime foto. Ma non sarà stasera.
Stasera mi stendo sul divano. Porto con me Vladimir Nabokov e Walter Benjamin.
Credo di addormentarmi.
Alle sei, arriva Selvaggia, mi saluta frettolosamente e va dormire in una stanza che non sapevo di avere. Poi arrivano Claudia e Bruttodio. Vanno a dormire in camera mia. Bruttodio sul letto, Claudia sul materasso gonfiabile maxi che ho allestito nel frattempo. Mi affaccio sulla porta. Clauda è coperta da un sacco a pelo buttato sopra sino ai piedi. La vedo muoversi nervosamente, ancheggiare. Dalla massa scura del suo rifugio spuntano solo i piedi, e un ciuffo di capelli dal lato opposto. Lungo i piedi scorre, a scatti, il tanga bianco, dolcissimo, che si sta sfilando nervosamente.
La piccola è accaldata, penso. È una mutandina microscopica, di pizzo plastico dozzinale e un po’ consunta. Benedico il momento, e mi rituffo un attimo nei miei pensieri, in soggiorno. Dopo un po’, il movimento e le voci mugugnanti riportano la mia attenzione (e i miei occhi) sulla camera da letto. Ora Claudia è nel letto, con Bruttodio, e si strofinano affettuosi, nudi entrambi, ma coperti pudicamente da un lenzuolo.
Penso che Selvaggia non si sveglierà, e che probabilmente non succederà nessun casino. Ammiro la prontezza di questi ragazzi. Sempre così doverosamente affamati.
Ma mentre sono intento in questi ragionamenti, arriva Bruttodio, quello vero, con un enorme cassa sulle spalle, e mi sveglia (Bruttodio suona nella band che avrei dovuto andare a sentire, la cassa contiene il suo organo elettrofonico vintage), e mi dice: le ragazze stanno parcheggiando la macchina, arrivano subito.

Poi, sabato, nemmeno niente. Sono troppo fragile. Resto a casa. Rientra prima Claudia. Poi Selvaggia. Selvaggia dorme con me. Ha una pelle che è un genere di lusso. Qualcosa che non penso di potermi permettere. E un po’ ne approfitto.
Il giorno dopo, mi imbarco con loro, sulla macchina di Claudia, che è un mercedes missile-aereocargo con targa tedesca. Lindo pegno d’amore di un uomo lontano che è il padre di sua figlia e che io capisco alla perfezione, nelle pieghe della raffinata moquette, nel cullarci degli ammortizzatori elettronici esp per il suo cuetto e il suo sorriso. Per i suoi grandi occhi color acquamarina in quella vasca che fila sicura a 140 kmh mangiandosi la Sardegna.

No, non mi disprezza. Né io lei. Anzi. La adoro. Una continua scoperta. Una continua ingenuità. Una continua sorpresa. Che sorriso. Che occhi. Dove sei ora, Claudia?
Ed ecco il mare della costa sud. Davanti a noi, solamente l’Africa.
Come vorrei, Claudia, che avessi dimenticato qualcosa di tuo nella mia casa.
Eccomi a Porto Corallo. Nel campeggio qui di fronte ho scattato già sbiadita l’unica foto della scorsa estate. C’è la moto nera, la tenda, e ci siamo io e Leuca, sbiadita, di profilo. Lei non sorride, e io inizio a mostrare un filo di pancia. Porto Corallo è un posto freddo e strano, stinto ma accogliente e placido. Sempre deserto, le due volte che l’ho visto.
E qui adesso mi è piovuta addosso questa Claudia. Con occhi così chiari che non si possono guardare.
Mi ha quasi regalato un libro fantastico di Araki (prestato, rubato) e ha un a bambina di otto anni che è un’autentica ninfetta minacciosa sin dal misteriosissimo nome.
Ho nascosto persino il suo accendino per tenerlo, e orrendamente, tremando, spero Cludia che tu abbia dimenticato ancora qualche cosa di tuo a casa mia.
Qualche traccia del tuo passaggio.
Qualcosa dei tuoi sbirri corrotti e discorsi triti. Femminismo sui generis. Ingenuità naif.
Il nostro albero, quello dov’era la nostra tenda (non qui, ma nella campagna di Bruttodio, dove sono adesso, e la tenda non con te, con il Maestro), io lo ricordavo eccezionalmente più grande. Adesso sta in mezzo ad un campo di erba medica. Allora, stava in mezzo ad un campo arato ed era luglio. Lì, avevo conosciuto Robert. E’ stato lui a ricordarmelo. Stava con una ragazzetta carnosa e carnale, fresca e sorridente, piacevolmente, sconvenientemente scollacciata e che lo chiamava Amore e Tesoro, ed era sua figlia. E lui doveva ricordarmi continuamente che era sua figlia, perché la cosa gli dava un grande piacere. Come le accarezzava, però, le caviglie e la schiena.
Ho ballato musiche negre. E una brunetta, con le codette tenute da certi elastichetti blu. Una brunetta giovane e fresca, con un culetto tondo tondo inguainato nel jeans, mi ha fatto dimenticare del tutto la mia Claudia per un bel pezzo.
Forse era veramente anche lei troppo troppo giovane. Un energumeno anche simpatico si è messo a un certo punto tra noi due. Ma lei continuava a ballare per me. Per me, per me e solo per me. Oh, grazie, signorina.
Cosa bisognerebbe scrivere?
Qualcosa di nuovo, o qualcosa di onesto.
O le due cose insieme. L’inchiostro mischiato ad acqua garantirebbe i risultati migliori. Espandendosi secondo nuove imprevedibili forme. Ed ecco le nuove forme.
Luisa rise al letto quando le recitai il mio (il tuo, Lucia) Primo Sonetto. Puoi credere che uno in queste cose, quando capitano, investe fiducia e cuore in abbondanza. Non capita davvero titti i giorni!
Bisognerebbe scrivere una storia onesta e nuova, tipo, ecco:
ECCO COME SONO GLI UOMINI, NELLA REALTA’, SUL SERIO
* * *


Questo è il posto dove consumo i miei pasti. L'immagine
non ha alcun interesse di per se tranne che per il fatto
che rappresenta la prima estensione del concetto
di f(oto)grafia - la foto fatta con l'orecchio
inventata dal mitico Pixel, alias Mario Pischedda,
alias Mariopischeddainmovement.

Lui scattava a occhi bendati. Io, con il telefonino,
tenendo il telefonino all'orecchio.
Il concetto può così essere esteso tematizzando la foto
non sull'audio circostante ma su quello della
telefonata (per ora solo teorica) dell'ignaro
interlocutore.

Questa allora potrebbe intitolarsi
"non c'è problema se arrivi in ritardo"
Current Music:
Kraftwerk - Das Boot
* * *
Un personaggio che si commenta da solo
Current Music:
Kraftwerk - Das Boot
* * *
Come è diverso Cesare da ***.
Non è che io riesca esattamente a lavorare (ora ho per le mani il Programma
Spaziale dell'URSS). E mi rileggo i vecchi post.

Le ultime cose di *** non ci assomigliano proprio ai fumettini e alle
dotte disquisizioni, agli endecasillabi di Cesare.
Anche se di endecasillabi ogni tanto si parlava.
E' che le ultime botte le ho sentite, altroché. Oppure è che so
creare i personaggi. Oggi e domani ci sono due concerti imperdibili.
Almeno per noi selvaggi. In un ameno localino che è la centrifuga
dell'abiezione. Non nel senso che la respinge, nel senso che la
fa vorticare. Diciamo il minipimer, il frullatore del marcio
di questa città informe. Allora, Cesare stavolta non potrà esimersi da un
pieno e denso fine settimana di Droga -> Rock'n Roll -> Sesso.
Quest'ultimo, se viene o se non viene, sarà impossibile che non si manifesti e
cerchi di rubare la scena agli altri due. E poi, la primavera si è ormai
rivelata in tutta la sua ingombrante superbia. E questo le ragazze lo sentono
anche meglio di noi. Sarà una bella prova. Troverò senz'altro persone con
cui ho lasciato discorsi in sospeso. Gran brutti discorsi.

Ed allora che succederà? Già inizia, Cesare, a parlare come Ricky. Uuuh, a ululare.

Ma Cesare aveva propositi da asceta. Fare fare fare. Due giorni come dico io, e altro che
fare, ci vorrà qualcuno a raccoglierne i pezzi. Resisterò? Sono pronto? Potrebbe cedermi
il cuore. Potrei scoppiare in lacrime. Vediamo vediamo. Oh come sono curioso.
Waiting for the miracle to come.

Forse dovrei tenere due blog.

Ancora una cosa, circa questa città che andrebbe raccontata. Se ci sono tanti narratori
sardi, e tanti vengono da dove vengo io (e a proposito leggetevi Creaturine, di Alberto
Capitta ed. Frassinelli - ora è Cesare che parla) è che queste città vanno raccontate a dovere.
Le campagne, scritte e riscritte. Gavino Ledda, Grazia Deledda, bastano e avanzano.
Salvatore Satta e la sua Nuoro. Ma c'è dell'altro che è uno specifico difficile da dire.
Una miniera di strane corruzioni e compromessi. Un respiro miserabile ed umano.
Allora, per spiegare questa cosa, Ricky, Cesare, quello che farò stasera e domani, ci metto
sopra dei versi, che preesistono ad entrambi, e che potrebbero descrivere, mi sembra,
la loro duplice genesi.

Assomiglio a questa città.
Cor exterioribus configurationibus etc…*
non sapendo altre parole di questo trattato
perduto di Isacco della Stella io

comincio a somigliare
in modo preoccupante
a questa città maledetta.
E faccio come non mi piace.

O faccio tutto bene, o faccio male,
o tutto è bene e quel che finisce
male comunque finisce.

Qui invece tutto comincia sempre,
e tutto si assomiglia.
Ed il cuore lentamente si conforma.


*La traduzione del passo latino completo è: il cuore prende la forma (assume la configurazione)
delle cose esteriori. Il passo si riferiva in origine alla necessità che i monaci indossassero povere vesti.
Current Music:
Kraftwerk - Das Boot
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